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Qu'est ce que la Géo-Anthropologie ? Qu'est-ce que l'anthropologie pluraliste ?


Testi di Denis Duclos tradotti in italiano



OGETTI PER IL NUOVO SECOLO
La pluralità, esigenza universale


Lo si voglia o no l'universalità, già acquisita nella globalizzazione, sarà tollerabile nel prossimo secolo solo se verrà riconosciuto il principio di pluralità. Quest'ultimo non ha nulla a che vedere con l'infinita frammentazione degli oggetti e degli esseri umani che ci viene proposta dai cataloghi commerciali. Presuppone invece l'articolazione di quattro principi sovrani che non potranno distruggersi a vicenda, quattro istanze cardinali che rispettino i propri irriducibili modi di pensare e di agire: la natura, il corpo, la cultura e l'informazione.

di Denis Duclos*
L'evidenza ci acceca. Non vediamo più ciò che ci succede. E ciò che ci succede, in armonia con la nostra epoca, è la fine di una finzione e l'inizio di un'altra. La fine dell'umanità unificata nello stesso progetto fatale del gioco del denaro e l'inizio di una ricerca di diversità. La fine di un ideale di onnipotenza sugli uomini; l'inizio di una nuova ricerca d'autonomia e di rispetto reciproco. Il problema dell'epoca è di collocare al posto giusto l'unità tra gli uomini resa possibile dall'informazione, senza che il fantasma totalizzante che l'accompagna come un'ombra minacci la libertà dei viventi.
Proprio come l'individuo emerge lentamente dagli ideali magici dell'infanzia, ogni unità culturale umana giunge a un punto in cui non può più credere all'efficacia immediata del proprio pensiero. Deve allora venire a patti con il reale e far ammettere al reale stesso la sua scissione interiore tra le parole che lo ispirano e la vita che lo sostiene.
Orbene, l'unità culturale con cui abbiamo a che fare noi, esseri umani che viviamo all'inizio del terzo millennio, è caso o fatalità l'umanità stessa, nella sua pretesa di rivestire dello stesso concetto la specie e l'organizzazione politica. La situazione sognata dai filosofi dei Lumi Kant in particolare noi abbiamo l'insigne onore di conoscerla. La questione centrale è davvero quella che necessariamente comporta l'universalità: l'esigenza universale di pluralità. Scommessa esaltante e terribile, planetaria e personale, intima e pubblica, nazionale e mondiale.

La festa del cambio di secolo e di millennio, per quanto futile e simbolica, è dunque occasione per riflettere su questo fatto "tanto semplice": l'umanità, da ideale conflittuale è diventata realtà materiale; e sulla sua ineluttabile conseguenza: solo la pluralità (la multipolarità, si dice a volte negli ambienti diplomatici) può permettere di respirare, di sopravvivere in questa chiusura del mondo umano su se stesso.
Finora ogni cultura, ogni visione del mondo, ogni sistema economico pretendeva di opporre la propria definizione di umanità a tutte le altre. E' ancora abbastanza vero ma, ormai, contrariamente a ciò che annunciava Samuel Huntington nello Scontro di civiltà, queste unità collettive sono state costrette a ricomporre le loro divergenze, a "fare società". Una società ancora indefinita, certamente: né società delle nazioni, né globalità, né potenza imperiale unica, ma qualcosa che oscilla tra tutto ciò.
E' questo carattere indefinito del quadro comune che ormai ogni gruppo abbastanza potente cerca di usare a proprio vantaggio e di superare, senza mai più riuscirci. Neppure gli Stati uniti, ultima potenza tutelare, possono ormai organizzare il mondo intorno a sé senza imbattersi in gravi contraddizioni con i propri principi democratici e liberali. Neppure il capitalismo, ultima forma concreta del pensiero totalizzante, può riuscire a sommergere completamente le masse umane solo nella sua logica contabile, la cui crudeltà è aggravata dalla precisione scientifica posta al suo servizio.
Tutto questo avviene come se, all'improvviso, giungendo allo stato di universalità concreta, l'umanità non potesse più affidarsi interamente ad una delle sue componenti o delle sue figure speciali (identità etnica, potenza nazionale, scelta religiosa, corsa al potere o alla ricchezza, passione dell'ordine, ecc). Come se l'accesso all'universale significasse al tempo stesso l'accesso a un certo gioco che limita ed equilibra le passioni.

Questo gioco di equilibri innesca forse per ciò la fine della storia? Forse la fine delle storie particolari dei vecchi collettivi in concorrenza per la verità universale. Forse anche la fine della storia capitalista, a causa del suo compimento nel controllo spirituale astratto delle masse umane. Ma, al contrario, è necessariamente l'inizio di un'altra storia: quella che noi ci raccontiamo in quanto membri di una specie politicizzata e non più soltanto come confronto di umanità in lotta economica o bellica. Fine o inizio (e probabilmente entrambi, logicamente), poco importa: la nostra epoca può solo essere quella della preoccupazione politica della diversità, che irrompe nel nostro reale a causa dell'essenza stessa dell'universalità realizzata nella pratica.
Ci si potrebbe chiedere perché non siamo stati in grado finora di porre il problema della diversità in termini di assoluta necessità, liberandolo dalle passatiste associazioni d'idee con etnicismi o particolarismi. La risposta è: la coscienza politica alla base di questa preoccupazione non è quella di una storia oggettiva, economica e tecnica, ma appartiene ad una storia soggettiva e a una dialettica che le è propria. Non abbiamo ancora posto la diversità a perno della nostra azione storica semplicemente perché non ci era apparsa come scadenza delle nostre avventure verso l'universalità.
Non si deve confondere l'evoluzione materiale dell'umanità sotto l'egida della cultura del linguaggio (e del suo effetto esplosivo principale: la tecnoscienza) con la storia che assume senso per noi, soggetti.
Mentre il movimento della prima è un continuum irreversibile, benché variamente intralciato, la seconda si suddivide in cicli drammatici successivi o paralleli. La storia-che-ha-un-senso si dispiega come una narrazione in cui figuriamo come autori o protagonisti, narrazione che inizia, si sviluppa e ha fine in un ciclo chiamato a ricominciare domani e altrove in altri termini. Bisogna in effetti andare fino in fondo a un racconto perché assuma un senso (altrimenti perché raccontare?) e poi perché dopo di questo se ne intraprenda un altro, giacché non vogliamo vivere nell'angoscia del non-senso. Finché l'umanità durerà in quanto tale (e non si vede come la democrazia di mercato potrebbe abolire la condizione simbolica nella quale siamo immersi fin dall'origine della parola), noi vorremo sempre continuare la nostra storia e poi, quando questa sarà terminata, vorremo raccontarne un'altra. Sempre: ecco un postulato antropologico fondamentale quanto la relatività in fisica.

Questo meccanismo narrativo obbedisce a certe regole: noi tentiamo in genere di esaminare da tutti i punti di vista una certa preoccupazione che rimane centrale per molti di noi per diversi decenni, a volte per diversi secoli. Esaminare da tutti i punti di vista significa che proviamo successivamente varie soluzioni dello stesso problema, contrarie tra di loro, diverse espressioni opposte della stessa metafora che ci serve da filtro momentaneo per interrogare il mondo.
Così, da quando ci troviamo massicciamente di fronte all'universalità concreta dalla metà del XIX secolo e dalla comparsa di imperi moderni capaci di governare il mondo reale abbiamo tentato almeno tre soluzioni logicamente concatenate: 1. Dominare la globalità col trionfo della particolarità: è la guerra tra gli imperi, ognuno dei quali pretende di rappresentare la totalità. I due conflitti mondiali del XX secolo ne sono stati il prodotto più (de)flagrante.
2. Unire pensiero globale e particolarità: è l'ideale dello stato-nazione internazionalizzato; ne abbiamo visti vantaggi e rischi, in particolare nella sua massima realizzazione: il movimento comunista a predominio sovietico.
3. Realizzare il pensiero globale nella sola materialità dei concatenamenti tecnici: è l'ideale "liberale" che di fatto fa appello all'informatizzazione dei giochi contabili per regolare il desiderio umano, in tutte le sue forme particolari.
L'evidenza dovrebbe ora farci apparire la proposizione mancante, quella che non abbiamo ancora saggiato: realizzare l'universalità rinunciando al pensiero "globalitario" in tutte le sue forme politica, economica, tecnica poiché esso non è che il surrogato collettivo di un fantasma infantile di onnipotenza.
Ma per "vedere" questa proposizione mancante, non ancora sperimentata, dovremmo prendere un po' le distanze dalla nostra storia. Ciò esige l'abbandono di un ruolo di attore immediato, che noi accettiamo di rado. Per esempio alcuni di noi sono passati direttamente dai ruoli della seconda soluzione (militanti della metafora politico-sociale dell'universalità) ai ruoli della terza (convinti del miracolo regolatore del mercato).
Molti, nei diversi "popoli di sinistra", si vergognano ormai di essersi un tempo impegnati in un progetto di cui ora constatano i fallimenti. Tuttavia, proprio come in una seduta psicanalitica, in cui la vergogna è solo una fase del lento diminuire della rimozione, sarebbe bene che queste persone comprendessero che l'attuale infatuazione per la regolamentazione tecnica (informatico-finanziaria) del mondo è fantasmatica quanto la mobilitazione precedente. Anzi è probabilmente più fatale, poiché condanna tutti a "mettere in gioco" senza tregua il valore creato, come se il vero fine nascosto della mobilitazione globalitaria fosse sfidare la vita fino alla rovina.

In entrambi i casi, in realtà, si sperimenta la gravitazione della nostra storia intorno a un problema essenziale: il limite del "totalismo" sia politico-intellettuale (socialismo) che meccanico (legge dell'offerta e della domanda). Loro malgrado comunisti e liberali hanno lavorato per svelare il problema centrale dell'epoca: la questione di un reale umano che trascenda qualsiasi soluzione unificata nei cervelliintellettuali o cibernetici.
Non è dunque la fine della storia, ma il centro della nostra storia che si manifesta oggi.
La risposta capitalista integrale al comunismo non è stata, contrariamente a ciò che molti pensano, un attacco in piena regola contro il totalitarismo. Piuttosto un tentativo di salvataggio disperato, malgrado l'apparenza euforica dei mercati di un'altra forma, più assoluta ancora,di "totalismo": quello della macchina per far circolare all'infinito il valore.
E' uno sforzo compiuto per negare che proprio contro la gestione finanziaria globale si concentrano le forze di dramma e di tragedia che ci inciteranno ad andare più lontano nel racconto umano.
Ciò che il capitalismo informatizzato nega è che l'alternativa civismo-automatismo di gestione (in passato espresso dall'opposizione "commissario del popolo"/"finanziere") non ha più veramente importanza.
In Russia fortune private e burocrazie vanno d'accordo. Il regime cinese è diventato un appendice funzionale del capitalismo mondiale, gestendo al posto suo (e in parte per conto suo) masse di salariati remunerati al prezzo più basso possibile. Negli Stati uniti, che spesso immaginiamo come il regno assoluto delle operazioni di borsa, le pensioni per ripartizione rappresentano ancora il 70% e i fondi pensione solo il resto: la loro concorrenza si svolge su uno sfondo di "gestionite" amministrativa in cui si fa davvero fatica a distinguere tra la burocrazia e la grande finanza, tanto si somigliano.
Ciò che il regime mondiale nasconde con cura dietro alla commedia di queste false opposizioni è che ormai la civiltà è chiamata a scegliere tra monopolio generale e diversità. Mentre si accelerano ovunque concentrazioni e fusioni, facendo emergere organizzazioni mondiali gigantesche, evidentemente destinate a fondersi a loro volta in una o due strutture rimanenti, e mentre le organizzazioni internazionali sono sempre più sollecitate a limitare o a sciogliere le sovranità nazionali o locali, il senso di ciò che viviamo ci appare già come semplice interrogativo: il mondo sarà tollerabile quando sarà unificato?
La risposta si trova, ci pare, nella saggezza delle culture, nella loro esperienza immemorabile dei momenti di unità: una cultura umana unita è tollerabile solo se testimone di una reale diversità interna, cioè di una pluralità che non è concessa e quindi predigerita da un sistema dominante.
Così la seduzione capitalista ci propone, apparentemente, una gigantesca diversità di oggetti. Ma noi conosciamo ormai l'omogeneizzazione fantastica che essa presuppone, come sfondo, e nella disciplina dei consumatori stessi.
Da un lato solo un sistema industrializzato perfettamente integrato può suddividere in seguito i propri prodotti in infinite possibilità di scelta, mentre, d'altro lato e lo vediamo con la distruzione di prodotti locali condannati anche per pochi batteri i prodotti finali da scegliere nel catalogo gigantesco dei venditori di Internet variano solo in apparenza o per dettagli superficiali, perfettamente controllati.
L'emergere della diversità reale come problema centrale dell'epoca si manifesta ormai in tutti i campi immaginabili, materiali e umani. Ma la consapevolezza del suo significato fondamentale stenta a liberarsi di sentimenti superflui.

La "diversità biologica" minacciata esprime, per esempio, un fantasma che riguarda (l'abbiamo visto nell'uso delirante che ne fanno i partiti di estrema destra) sia le forme di vita che le entità etniche o culturali. Piuttosto che farne un uso improprio, in derive ideologiche pericolose, sarebbe forse meglio affrontare direttamente la preoccupazione rimossa che vi si nasconde: paura dell'esclusione di un gran numero di capacità individuali in base alla logica del "rapporto" contabile, esso stesso valutato col metro del tasso medio di profitto. Angoscia del restringimento delle élites locali o nazionali, costrette all'inoperosità e all'avvilimento da un movimento correlato di concentrazione dell'iperborghesia nella stato maggiore mondiale. Terrore di un livellamento dei comportamenti dichiarati accettabili da una morale globalizzata ricondotti in genere alla sola posizione di vittima passiva in balia delle manipolazioni della milizia umanitaria.
Queste sono preoccupazioni serie: solo i cinici possono ammettere che una buona divisione mondiale del lavoro affidi legittimamente la ricerca scientifica agli Stati uniti, mentre l'Asia e l'Europa verrebbero ridotte a fabbricar scarpe, a vender acqua o a montare automobili. Eppure è proprio ciò che si sta delineando, con l'aiuto dell'espatrio volontario dei centri di ricerca delle aziende europee e in particolare di quelle francesi. Solo i babbei penseranno che è meglio per le popolazioni "locali" (1) essere dirette da una casta mondiale che dalle loro proprie élites. Eppure succede proprio questo, con i rapidi spostamenti delle sedi principali di imprese, soprattutto francesi, verso metropoli anglosassoni. Solo gli ingenui possono credere che non esista nessun rapporto tra la pura intenzione di aiutare le vittime e il calcolo strategico del nuovo controllo coloniale del mondo da parte dei paesi "liberali". La logica plurale La proliferazione del diniego di pluralità ci può preoccupare.
Noi preferiamo qui considerarla come un sintomo di ciò che essa richiama: una rappresentazione del tutto diversa e condivisa della diversità. Ma quale rappresentazione, si chiederà, visto che non si tratta più di tornare alla frammentazione dei vecchi concetti d'identità?
Il problema non è stato abbastanza delimitato; si è passati troppo in fretta davanti all'ovvietà più banale, più frequente nell'evento quotidiano: che oggi è in causa il principio stesso di pluralità e non una qualche forma di rispetto del multiplo.
Abbiamo, per esempio, notato che è la pluralità in quanto tale ad essere negata dall'ideologia che governa l'informatizzazione del mondo? Una pluralità minima comincia solo dal momento in cui esistono due entità. Notiamo che la pluralità, iniziata in due, tende immediatamente a moltiplicarsi: un mondo davvero duale non basta mai a se stesso, poiché implica necessariamente la presenza di terzi, ovvero la posizione del commentatore secondo il quale un modo di mediazione sarà scelto tra due "alterità".
Una logica plurale comporta perlomeno tre principi: l'essere, la sua assenza (che permette di situarlo, di calcolarlo) e la loro mediazione. Di fatto, un mondo plurale anche minimo non è soltanto trinitario (2). E' almeno quaternario. In effetti spirito, corpo e cultura coesistono in uno spazio-tempo reale che non si può tradurre, a meno di tradirlo, in un qualsiasi simbolismo, pur estremamente formalizzato. Questo quarto elemento è la natura poiché, in senso etimologico, la natura è "ciò che deve essere messo al mondo", che lo si voglia o meno, che noi ci siamo o no. E' ciò che noi "lasciamo che sia" poiché è lo sfondo delle nostre agitazioni teatrali, senza il quale questo teatro neppure esisterebbe. Certo, la scienza studia il lato oggettivo di questa realtà esteriore, ma in essa interferisce e ne trascura dunque necessariamente altri aspetti.
Infine il pluralismo di principio può essere allargato, senza abbandonare il terreno della deduzione, fino a un "quinto elemento", assai bene evocato dalle ardenti eroine dei film di Luc Besson: ovvero il desiderio indistruttibile che nasce quando viene interdetta qualsiasi rappresentazione del mondo. In effetti un mondo quaternario, per pluralista che sia (comunque quattro volte più del mondo monopolare che ci costruiamo ossessivamente!), non sarebbe per questo meno "povero" delle potenzialità che esclude per esistere. Toccherebbe allora ai pazzi, agli amanti e agli artisti creatori rimetterlo in forse per spianare la strada ad altre storie future o collaterali (come quelle inventate dagli autori di space opera).

Nell'attesa è chiaro che, per quanto riguarda il nostro futuro immediato, lasciarsi andare alla pluralità minima dello spirito, dei corpi, della cultura e della natura corrisponderebbe a un sollievo, a una formidabile liberazione dalla estrema tristezza di un universo interamente dominato, in nome dell'unità tra gli uomini, dai ricchissimi asceti della moneta elettronica. Karl Marx aveva ben visto come il capitalismo faceva sparire i valori d'uso sotto l'astrazione del valore di scambio. Non aveva previsto fino a che punto l'etica puritana universalizzata ci avrebbe trasformati tutti in esseri autistici, prodigio di cifratura. Si dovrebbe richiamare in vita Bertolt Brecht per fargli scrivere un dramma su quel magnate della finanza che non abbandona mai il minuscolo ufficio senza finestre del suo yacht, alla fonda in un porto "paradisiaco" e che trascorre tutta la sua esistenza a comprare e a vendere montagne di oggetti e di persone che non conoscerà mai. Cos'altro dire di questo ideale di uomo moderno, se non "poveretto!".
Quattro principi sovrani, dunque, che non si lasciano distruggere gli uni dagli altri: 1. La natura, per prima cosa, in quanto rappresenta (simbolicamente, certo) ciò che non è manipolato. E' forse un caso se dei José Bové diventano rari eroi di un mondo in cui capitalismo e scienza si uniscono per prendersela con il nostro rapporto con l'esteriorità, con l'alterità radicale della vita "selvaggia"? Vogliamo respirare qualcos'altro, non noi stessi.

Rifiutiamo un rapporto incestuoso, un rapporto autofagico.
Aspirando a mangiare formaggi di latte crudo ( anche a rischio di ingoiare qualche inevitabile listeria), rifiutiamo l'idea che la fobia asettizzante sia una percezione normale del reale.
Resistendo agli organismi geneticamente modificati, critichiamo l'apprendista stregone multinazionale che pretende di catturare la vita nelle reti dei suoi geni industriali. Noi aspiriamo ad accedere a spazi non contaminati dallo sfruttamento tecnico del mondo, per viverci un po' d'avventura diretta (o molta), non presentata come merce, non organizzata "per il nostro bene".
Ecco una prima sovranità (da instaurare forse subito come patrimonio mondiale) che il capitalismo dovrà imparare a riconoscere, in modo pacifico o nella violenza generata dal suo accanimento.
2. Poi i corpi, nella loro attuale collocazione. E' forse un caso che un'altra delle grandi lotte di quest'epoca è quella dei giovani "abitanti dei quartieri"? Abbiamo osservato che questi eroi (debitamente presentati come negativi dagli amministratori) rivendicano il diritto di essere entità locali, dotate di costumi, di stili corporei e di gerghi ben identificati su base geografica (sono di quel sobborgo, del 93, ecc.)? Se li vediamo in questa luce non sono "vittime dell'esclusione", ma al contrario avanguardie della resistenza all'astrazione virtuale internettizzata, resistenza opposta dal luogo, dal corpo, da ciò che è attuale, dal vicinato e dalla convivialità. E' vero che a loro si rinfaccia spesso d'essere affascinati dai segni del consumo di massa; d'essere i futuri "piccolo-borghesi" della "plebaglia"; di promuovere, contro le élites colte della loro società, l'unione di McDonald's con la Jihad. Sono cattivi argomenti, (anche se a volte nascondono un'oncia di verità) poiché non tengono conto dell'essenziale: la sovversione urbana preannuncia la resistenza delle comunità di fatto e di condivisione dei luoghi dell'esistenza alla mescolanza mobilitante senza limiti. Rappresenta la difesa del proprio corpo, sempre incarnato qui ed ora, che si muove, danza, mangia con "te" (e anche contro di "loro"), nel suo rifiuto d'immobilizzarsi davanti agli schermi dell'universale. Rimane, evidentemente, quasi tutto da inventare in questo campo di lotta, in particolare a livello di beni e di servizi comunitari inalienabili alla proprietà mercantile.

3. La cultura, poi, nel suo carattere primordiale di parola condivisa, di creazione continua di esperienze, di "modi di vedere", trascende la fabbricazione industriale di telenovelas e merita la salvaguardia e la promozione di reti di distribuzione che non organizzino la scarsità e non diffondano il deserto culturale. E' forse un caso se questo è uno dei principali pomi della discordia nei dibattiti sulla deregolamentazione del commercio internazionale? Il punto non è che il prodotto hollywoodiano più mediocre "piaccia" (il che rinvia alla reale partecipazione di massa all'impoverimento, fenomeno del tipo "schiavitù volontaria"), ma che la confisca delle possibilità concrete di messa in scena dei giochi umani da parte dei membri di questa società impedisca alla fin fine di commentare l'universalità stessa. Diventiamo incapaci di affrontare la nostra valutazione del mondo sociale e dei rapporti con altri soggetti di questo stesso mondo. La carenza culturale crea una carenza politica che, a sua volta, rafforza il totalitarismo schiacciante della macchina "aculturale" automatica.
L'indipendenza finanziaria delle istituzioni di cultura e d'insegnamento è probabilmente una delle vie per resistere, a condizione che la loro funzione di manutenzione e di libera creazione di ambienti colti prevalga infine nell'opinione pubblica su quella di una chimerica caccia al "posto di lavoro".
4. E, infine, l'informazione stessa. Nel sottoporla a critica virulenta quando pretende di appropriarsi di tutta la realtà umana, non dobbiamo mirare a distruggerla, poiché proprio grazie ad essa s'è posta la questione della diversità nell'universale come centro della nostra storia. L'informazione si accolla, non ne dubitiamo, la costruzione dell'umanità in quanto tale, ma, forte di questa enorme responsabilità, non deve subito precipitare questa stessa umanità nell'inumanità assoluta della trasparenza contabile. Già nelle grandi aziende dirigenti collettivamente sadici infliggono a molti salariati le prevedibili sofferenze da caserma cibernetica. Col pretesto di adeguarli alle norme globalizzate li infilzano come insetti con gli spilli di un nuovo taylorismo, più vicino , stavolta, al controllo degli spiriti. Non solo bisogna fermare questa tendenza mostruosa, ma sarebbe assai utile introdurre invece la presenza di altre tre istanze indipendenti (cultura, corpo vivo, natura) nella fortezza della perversione produttivistica. Per esempio la lotta dei ricercatori di Elf, a Pau, per conservare anche un pensiero che non sia immediatamente redditizio (col pretesto di presentare qualcosa di allettante agli azionisti più avidi) fa presagire una lotta molto più globale per impedire di ridurre la vita attiva a un puro conteggio.
Quattro istanze cardinali Per riassumere "l'affare del secolo": che lo si voglia o no l'universalità, già acquisita nella globalizzazione, sarà tollerabile solo se riconosciamo il principio di pluralità.
Questo principio non ha nulla a che vedere con l'infinita frammentazione degli oggetti e degli uomini che ci propongono i cataloghi commerciali. Rappresenta innanzitutto la dualità: io e l'altro e non zero o uno. Lo spirito e il corpo e non i corpi decifrati dallo spirito e smembrati dagli strumenti di "rapporto". Da questa dualità elementare si deduce la presenza dei liberi commentatori: è nella cultura e solo nella cultura che si può dibattere del "modo giusto" di raccontarci una storia di reciproco rispetto. Non c'è scienza umana, né invenzione statistica delle opinioni, né sorveglianza con videocamere che possano supplire a ciò. Questo è il principale registro politico: quello in cui discutiamo del dramma che reciteremo e non solo dei dettagli di un atto o della selezione degli attori e del loro salario. Infine, tutto ciò esige una muta testimonianza: la natura, su una parte della quale decidiamo, per pura convenzione, di non agire, al fine di non chiuderci in una folle confusione tra noi stessi e il mondo, tra la vita e le nostre intenzioni di esserne la fonte.
Un mondo plurale non è dunque un mondo ordinale (dove tutto diventa una sfilza di numeri) e neppure un mondo frazionario (in cui tutti i numeri sono in fondo collocati in un cerchio tra 0 e 1). E' un mondo in cui almeno quattro istanze cardinali si considerano reciprocamente e rispettano i propri modi irriducibili di pensare e di agire, i propri simboli fondamentali distinti e separati: il denaro (per l'informazione), il luogo del presente (per il corpo), la parola (per la cultura), la vita selvaggia (per la natura). Sapremo realizzare questa pur minima pluralità?


note:

* Sociologo, direttore di ricerca al Centre national de la recherche scientifique (Cnrs), Parigi; autore, fra l'altro, di Nature et démocratie des passions, Presses universitaires de France, Parigi, 1996.

(1) Ciascuno può verificare in base a piccoli dettagli il progredire del disprezzo imperiale: così da Smith, celebre libreria anglossassone di Parigi, la letteratura francese e sulla Francia è sistemata alla voce "locale".

(2) Per riprendere i lavori appassionanti di Dany Robert-Dufour.
(Traduzione di E.P.)



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lo stato si ritira, le"caste" avanzano
I"crimini dell'odio", frutto della disgregazione Usa
dal nostro inviato speciale Denis Duclos*
Nel corso degli anni l'America si muove ma non cambia. Al Nord del paese di Faulkner, nel cuore del New Jersey, sulla costa Atlantica, un oceano di casette plastificate contende il terreno alla natura, che ancora affiora. Ne emergono le rare mansions in pietra e gli edifici bancari, illuminati a giorno. Il ventunesimo secolo manca all'appuntamento: i telefoni non accettano carte magnetiche, e sui moli gruppi di vacanzieri intonano inni, guidati da proseliti in missione estiva.
Venti miglia a ovest del litorale sgargiante, la miseria delle bicocche, sotto vaste foreste pullulanti di zanzare. Magri contadini vendono i loro prodotti ecologici ai rari passanti, contesi anche dai furgoncini dei pizzaioli sui pontili delle paludi. Nel mezzo di un borgo abitato da ebrei cassidici, barbe al vento, una grossa Chrysler sfreccia verso la Pennsylvania: al volante una donna dai capelli raccolti sotto la cuffia degli Amish.
Eccoci alla nebulosa delle città dai nomi tedeschi. Sosta a Frederick, grosso villaggio in cui convivono dodici culti di diversa obbedienza; la Main Street, chiusa al traffico, è riservata ai negozianti bianchi, mentre la via parallela allinea modeste verande ove attendono (dal XIX secolo?) placide famiglie nere.
Nei vicini Appalachi ritroviamo altre barriere familiari: in basso, in riva al fiume o lungo la strada ferrata, vivono i poveri, nelle loro roulottes senza ruote. In alto, sotto magnifici alberi, i cottages, anch'essi colpiti dalla crisi. La proprietaria del bed & breakfast, ex spogliarellista, affoga la sua disperazione nel whisky-coca e nella jacuzzi che fuma all'aperto; e ci indica il Liquor Store, prima bottega a destra. No, non stiamo sognando. Siamo nel 1997, e non in un museo né in un re-enacting park (parco di rappresentazione storica).
"Lo straniero?
Noi lo sposiamo" Si pensa all'India, con gli spazi assegnati alle caste: i bramani all'ovest del villaggio, i vasai kumar a est, e una miriade di nette differenze disegnate tra i due gruppi. Ma a Columbia, periferia chic di Baltimora, le autostrade paesaggistiche sono dissimulante sotto fronde da jogging. Qui i neri ricchi fiancheggiano i bianchi benestanti. Oche rutilanti (bianche e nere) sguazzano nello stagno artificiale davanti al quale si rappresenterà Walt Disney, a ingresso libero per graziosi bimbi"United Benetton". Che sia l'embrione di quella overclass dei dirigenti di multinazionali e imprese giuridiche, l'unica ad essere multiculturale per proprio conto, come afferma Michael Lind (1)? Siamo in casa di amici, in un complesso"ceto medio", con prati all'inglese e piscina condominiale. Il vicino ha perso il suo posto di dirigente; sta pensando di mettersi in concorrenza con i ragazzini porta-giornali: 150 dollari la settimana per un giro di 150 porte all'alba, non è poi trascurabile; e rimane ancora il tempo per cercarsi un lavoro. Una vicina, sotto chemioterapia reiterata (senza copertura previdenziale) non ha mai smesso di lavorare, trascurando alquanto tre marmocchi, fortunatamente accucciati ciascuno davanti a uno schermo di televisore o di computer.
L'amico informatico benedice l'origine europea del suo datore di lavoro newyorkese: i suoi capi non hanno ancora preso l'abitudine autoctona di"fucilare" (licenziare) i dirigenti in occasione del loro cinquantesimo compleanno."Gli americani, dice, hanno regolato meglio degli altri i loro rapporti col prossimo. La differenza, ce la sobbarchiamo noi da secoli.
Rispettiamo lo straniero più degli altri. E poi ce lo sposiamo" (risata). I suoi figli non sono forse un sapiente cocktail mendeliano di ebrei russi, greci, irlandesi e cubani, destinati a parlare con la stessa scioltezza l'inglese, il francese, la lingua di Omero e lo spagnolo?
Cosa pensa di questa faccenda degli"hate crimes" (delitti dell'odio) che si moltiplicano ovunque negli Stati uniti?"Sono scettico. E' un termine che amplifica il fenomeno. Un'operazione politica ambigua. Perché gettare olio sul fuoco?" Ma criminalizzare l'odio non può servire a farlo recedere? Smorfia di dubbio.
Curiosa nozione, questa di"hate crime", pescata a caso da Internet sotto la voce"Fbi, Uniform Crime Reports" (7900 casi censiti nel 1996, di cui la metà a danno di neri; tra le altre vittime, un migliaio di ebrei e altrettanti omosessuali di sesso maschile). E' qualcosa di più dell'"incitamento all'odio razziale". Con il favore della giurisprudenza e delle lobbies, l'effetto è a valanga, al di là delle espressioni d'odio verso la razza, l'etnia, la religione o il sesso della vittima di un atto violento.
Nell'uno come nell'altro caso, si incrimina a questo titolo l'aggressività nei confronti di un orientamento sessuale (l'omosessualità), di una fascia d'età o addirittura dello stato di salute della persona minacciata (segnatamente l'handicap mentale). A quando la criminalizzazione dell'odio... per la povertà?"In fondo, spiega un professore di sociologia dell'università di New York, il concetto tende a difendere la vittima totale, quella che veniva presa di mira dall'eugenetica nazista: il ritardato mentale, l'anziano, il deviante sessuale, l'ebreo, il nomade. Può darsi che questa presa di coscienza giudiziaria dell'odio come fenomeno globale non sia poi una cattiva cosa".
Pensiamo, con disagio, all'odio instillato in molti giovani nei confronti dei sessantottini, declassati a"papy-boomers" e accusati di fagocitare i posti di lavoro stabili."Questa circolazione dell'odio! Cerca un pretesto, va e viene, risuscita i luoghi comuni, un po' in tutti gli ambienti. E' il segno del dissenso sociale. Si cercano capri espiatori per riassorbire il risentimento: che siano ebrei, neri, bianchi, sociologi o fisici nucleari, militari sessuati, sostenitori dei cultural studies o adepti ardenti dell'elitismo classico, Pc (politically correct) o anti-Pc, filo-Aa (affirmative action) (2) o anti-Aa".
"L'arte perduta della discussione" Non si ritrovano qui gli scontri dell'ultima campagna presidenziale?"Certo. Ma dovunque nella società la politica riflette un indurimento delle posizioni. Ci troviamo in presenza di un fenomeno cronico che risale al periodo Bush, e che dura dalla rielezione di Clinton, nel 1996". La categoria"hate crime" sarebbe allora una traduzione giuridica di questo durevole indurimento? Una volontà di bloccare la generalizzazione della violenza come forma normale di espressione politica?"Sì. Ma è una soluzione? L'inasprimento sistematico delle pene per una parola detta può sembrare un attacco alla libertà d'espressione. Penso alla bella formula di Christopher Lasch: The lost art of argument (l'arte perduta della discussione), quella discussione civile che sarebbe stata al centro dell'America degli albori (3)".
Anche questo collega, nostalgico di un passato mitico, dubita dei vantaggi dell'invenzione dell'"hate crime". I suoi dubbi sono abbondantemente motivati dagli episodi di cronaca crepitanti da un flash all'altro, al di là dello schermo eretto dai media che esasperano la platea con la caccia a Cunanan (presunto omicida del grande stilista Gianni Versace) (4).
Un'epidemia di orribili omicidi Ragioni, innanzitutto, per dire che un computo dell'odio (obbligatorio dal 1990, data del Hate Crime Statistics Act (5)) è irrisorio, poiché coglie soltanto ciò che viene denunciato dai testimoni o raccolto dai poliziotti (i quali condividono spesso i valori degli aggressori), mentre milioni di parole cariche d'odio sono quotidianamente gettate al vento, con o senza intenzione di aggredire. Tutto ciò pone, oltre tutto, il problema del diritto all'odio, poiché nel"provare odio", come osservava il sociologo francese Jean Baudrillard,"c'è pur sempre una sorta di alterità; si ha qualcuno davanti; si può sempre negoziare, in un modo o nell'altro (6)".
Ragioni per credere che la nozione di"hate crime" aggravi l'inimicizia tra americani. In questo senso, l'accusa di odio da parte di un gruppo che si atteggia a vittima collettiva alimenta l'antagonismo. Sono così codificate categorie di opposti: i neri contro i droghieri coreani, i giovani gangster della Raza (ispanici) contro gli intellettuali gay; i supermaschilisti bianchi contro gli omosessuali, i neri e gli ebrei; i proprietari ebrei contro gli inquilini rappers"afro-americani", i maschi contro le lesbiche, i giovani vittime degli adulti, i vecchi dimenticati nella vittimizzazione dei giovani ecc. In questo scambio di etichette che gli avversari trasformano insieme in categorie, come invitare al reciproco rispetto?
Ragioni per sospettare, inoltre, che l'"hate crime" possa servire da copertura universale alle diverse forme di malafede (e in particolare agli omicidi a scopo di rapina). Si è parlato di"hate crime" anche nel caso del figlio del celebre attore nero Bill Cosby, assassinato da un mafioso ucraino, quando è del tutto evidente che si è trattato di un delitto per motivi di droga, nell'ambito di una guerra tra gang.
Ragioni per pensare, infine, che l'"hate crime" sarà utilizzato per inasprire le pene, con l'obiettivo, che è quello dell'attuale arsenale repressivo nel suo complesso, di tacitare con la detenzione prolungata le manifestazioni moleste. Esempi: un giovane nero condannato a due anni in più della pena prevista per un'aggressione"semplice", per aver indicato ai suoi amici un bianco da pestare. Uno skinhead infierisce col machete su due giovani neri; al suo grido di guerra e al suo saluto nazista vengono addebitate le"rappresaglie" contro i bianchi: due anni in più della condanna prevista per la sola aggressione. Si può dimostrare che un uomo abbia urlato"queer" (finocchio) o"dyke" (lesbica) prima di strattonare un militante gay o di trascinare una donna per i capelli lungo la propria automobile? La pena comunque sarà nettamente aggravata.
Si può ritenerlo giusto, ma non va dimenticato il contesto della"furia punitiva" (secondo il giurista Lois Forer) in cui tutto ciò si inserisce: cinque anni di carcere non riducibili per cinque grammi di crack in tasca, o l'ergastolo per il terzo"serious violent crime", elemento centrale della legge anticrimine (crime bill) proposta dal presidente Clinton nel 1994.
E' noto che questa politica ("contro la quale i giudici cominciano a ribellarsi", dichiara un giurista nero estenuato dalle requisitorie alla Juvenile Court) è riuscita a svuotare le strade, e soprattutto le scuole, dei giovani neri e ispanici, senza però ridurre in proporzione la criminalità e il consumo di droga, che riguarda soprattutto i bianchi benestanti. Come ha detto Charles Ramsey della divisione narcotici della polizia di Chicago:"C'è più cocaina alla Borsa o alla torre Sears che nella comunità nera. Ma quelli, è più difficile incastrarli".
Nonostante queste buone ragioni di ricusare la criminalizzazione dell'odio, palliativo delle carenze politiche, non si può eludere il problema di fondo che si pretende di affrontare con essa: l'incoraggiamento alla violenza etnica dei giovani da parte dei settori più reazionari dell'opinione pubblica.
Da Bernard Goetz, eroe consacrato dalla resistenza bianca per aver sparato nel metrò di New York, nel 1984, a quattro giovani delinquenti neri, agli scandali della violenza poliziesca a Los Angeles, dal pestaggio di Rodney King nel 1992 alle torture inflitte dalla polizia di New York ad immigrati e imputati nel 1997 (7), non c'è più solo una tradizione che si sta insediando. Un'altra se ne profila, dalle grida di"morte agli ebrei!" risuonate nel 1991 tra i rivoltosi di Brooklin alla profanazione di centinaia di tombe in tre cimiteri ebraici di Chicago nel 1996. L'orgoglio delle"nazioni ariane" o del Ku Klux Klan (KKK), sempre rinascente, che implicitamente si attribuisce il dilagare delle svastiche o delle croci ardenti, è potenziato dalla pandemia delle brutalizzazioni e degli omicidi mirati, attribuiti da tre anni agli skinheads in numerosi stati, delle centinaia di atti di vandalismo e di incendi di sinagoghe, di centri comunitari, di chiese protestanti o nere o ortodosse.
Senza parlare degli orrendi omicidi di gay, handicappati, ritardati mentali o anziani (come ad esempio l'esecuzione, con una pallottola nella nuca, di cinque omosessuali in un sex shop della Carolina del Sud, o l'assassinio di un vecchio hobo, sventrato al Central Park da due ricchi adolescenti nel giugno 1997).
Neoconfederali contro yankees In breve, dopo Easy Rider, il celebre film di Dennis Hopper (1968), che descrive il viaggio in moto di alcuni giovani hippies del nord, frettolosamente etichettati come"yanki queers" e pestati a morte da un gruppo di agricoltori sudisti, qualcosa sta accadendo nel regno dell'odio degli Stati uniti, indipendentemente dal calo (reale) dei dati statistici sulla criminalità negli ultimi sei anni.
Nei nostri momenti di lucidità, sospettiamo che la sfida mondiale e quotidiana del presente sarà il destino da scegliere, per i più, nella molteplicità culturale, di fronte alla minaccia di pauperizzazione delle maggioranze. Fin dall'inizio della pax americana, la parola"guerra" è paradossalmente usata fino al logoramento dagli ideologi e dai politici americani delle più diverse collocazioni, sia per promuovere una lotta che per descriverne i risultati: dopo la fine della guerra fredda e della sua più bella incarnazione, il progetto di guerre stellari, si parla oggi di guerra alla criminalità e alla droga, denunciate ben presto come guerre contro i poveri e gli immigrati clandestini. A sinistra si risponde con una guerra contro gli abusi della polizia, a destra si reagisce contro il governo federale con violente derive, cui partecipano"milizie" col feticismo delle armi, che arrivano addirittura a brandire la bandiera sudista minacciando un nuovo scontro tra neoconfederati e yankees.
Se taluni gruppi di giovani ostentano la pacificazione, la"gangs'war" sconfina dalla guerriglia urbana per estendersi alle piccole città finora risparmiate. Decine di chiese vanno a fuoco, le bombe fanno saltare allegramente le botteghe e i centri d'accoglienza degli avversari. Qua e là, si aggrediscono per la strada i passanti in quanto rappresentanti della differenza meno tollerata. I santuari della tranquillità non sfuggono alla mobilitazione, ben presto anche nelle università esplodono conflitti tra"meritocratici" e"postmoderni". E poi, il rilancio delle conflagrazioni tra megacorporazioni e sindacati, in cui il governo tenta di arbitrare, con esiti alterni. La militanza di sinistra non può non subire la deriva aggressiva del senso comunitario: ci si ripiega sui gruppi, con la stessa passione, nelle miriadi di sottoculture della Raza come negli ambienti protestanti o in quelli dell'islamismo nero, nelle diverse fazioni dei gay o delle lesbiche, nei gruppi del femminismo e del familismo, nelle diverse varianti delle speranze new age o dell'ideale pacifista.
Certo, azioni unitarie sono possibili, si compiono riconciliazioni (tra i Crisps e i Bloods, le due grandi bande di Los Angeles); e vi sono soprassalti che aggregano intorno alla scuola, contro lo scandalo dei senzatetto o la brutalità della polizia, sempre però evitando di sollevare la questione dell'appartenenza. Al contrario, dalle rivolte antiasiatiche del 1992 alle manifestazioni maschiliste nere dirette da Luis Farrakhan nel 1995, dalle lamentele etniche o sessiste agli attacchi selettivi con accuse di atti contrari alla morale nei confronti di alcune personalità, l'osservatore percepisce la riaffermazione dolorosa dell'identità (che si crede odiata da tutti gli altri gruppi coalizzati). Riconvertito a corrispondente di una guerra sociale permanente, il suddetto osservatore deve aspettarsi di vedere la più simpatica solidarietà comunitaria intorno alla scuola plurietnica o all'aiuto agli indigenti sconfinare improvvisamente in uno sciopero fiscale contro una scuola pubblica"che lascia vincere i figli degli asiatici (8)", aprire la caccia ai"satanisti" maniaci sessuali o ingaggiare guardie cinofile incaricate di individuare il"gangs' profile" nei giovani passanti.
La metafora guerriera riassume abbastanza bene il periodo Clinton, ed è veramente il colmo per un presidente al quale la destra non ha mai cessato di rimproverare l'impegno pacifista giovanile ai tempi del Vietnam, dimostrando così di non aver mai compreso di avere a che fare con uno stratega (generale, in greco) machiavellico, che alimenta le sue vittorie dividendo gli avversari.
Si potrebbe chiedersi effettivamente se in America l'antagonismo identitario non sia manipolato. La caccia all'"hate crime", ad esempio, non è forse, in proporzioni ridotte, la repressione dei crimini etnici avviata dai diplomatici americani per pacificare gli odi in Bosnia? Non è la variante interna di una tecnica di repressione generale della violenza, sperimentata in contemporanea nel mondo e sul campione statunitense?
A ben guardare però, le diffidenze reciproche sulle quali sembra navigare il secondo mandato di Clinton non nascondono intenzioni oscure. Si tratta piuttosto di uno stato di impotenza, di un consenso per abbandono al quale si è arrivati dopo lo scontro vano tra due proposte per gestire l'era post-moderna, che riassumeremo come segue: da un lato, un populismo xenofobo e libertario vorrebbe realizzare il sogno impossibile di un'America bianca, morale, in cui per spazio pubblico si intende l'incontro degli individui e delle comunità autonome, mentre lo stato sarebbe ricondotto al mantenimento della potenza, al di fuori dei confini di queste isole ermeticamente chiuse; dall'altro, un democratismo volontarista vorrebbe utilizzare lo stato per accelerare l'integrazione etnica, sociale ed economica di una grande società aperta alla dinamica del mondo, modello di ogni modernità contemporanea. Queste due tendenze sono intercettate dalla macchina giuridico-politica (costruita, in origine, per evitare qualsiasi maggioranza) che vieta la vittoria o il compromesso esplicito, e le rinvia entrambe verso l'imbuto della frammentazione"settaria". Anziché dirimere la contesa tra chi vorrebbe restituire l'America alla famiglia europea e cristiana, sicura dei suoi valori di eccellenza universitaria, e chi propugna le"autostrade dell'integrazione" per consolidare un vasto ceto medio etnicamente indefinito, si precipita così nell'infinita varietà dei conflitti identitari, che riproduce l'immagine di una chimera civile.
In questo bizzarro animale politico, nulla rimane al suo posto; tutto si deforma nel suo contrario. Il lamento vittimistico tradizionale dei militanti dei diritti civili è divenuto ormai l'arma degli xenofobi e dei razzisti, in nome della tutela del bianco minacciato. Il modernismo repubblicano egualitario,"cieco ai colori", si trasforma in riferimento favorito della destra nella sua lotta feroce contro la"discriminazione positiva". Sul versante democratico, lungi dal costruire le"autostrade dell'integrazione", l'energia pubblica si occupa di privatizzare la scuola, la polizia, i servizi comuni, facendo terra bruciata in una corsa suicida. E per il resto, dà la caccia ai senzatetto, blocca gli scioperanti, arresta i poveri per pochi grammi di droga, e diviene così, per il cittadino modesto, pericolosa quasi quanto l'incontro con la delinquenza.
I ripetuti insuccessi dei tentativi di soluzione politica tra populismo e democratismo spiegano questa strana inversione, in cui lo spazio pubblico, svuotato dei suoi investimenti integratori, è accaparrato dalla violenza repressiva, mentre gli spazi privati, reinventati all'insegna di patriottismi religiosi, etnici o sessuali, si moltiplicano da sinistra a destra, riportando l'America civica alla condizione di un agglomerato di colonie etniche isolate.
Vari commentatori parlano di terzomondizzazione dell'America (con riferimento alla struttura della manodopera, che non ha mai cessato di presentare un carattere quasi schiavista) o anche della creolizzazione o brasilizzazione (in ragione delle piramidi sociali costruite sulle diverse sfumature di colore della pelle). Sono abbastanza audaci? Mentre peraltro le cifre testimoniano di un successo crescente dei matrimoni misti, non è piuttosto nella"casta" (in base all'opinione, alla professione, all'età, al sesso) (9) che andrebbe ravvisata la frattura o piuttosto la polverizzazione sociale americana?
La Jihad insieme a McDonald's A chi giova una segregazione incessantemente rinnovata? Alle multinazionali, cui una maggioranza, inquadrata nei rispettivi ghetti culturali, fornisce manodopera a basso costo? Certo, ma è vero anche il contrario: le reti tentacolari della pulsazione finanziaria sono anch'esse al servizio della"castificazione", poiché le caste (alte o basse che siano) vietano che una di esse possa minacciare il monopolio economico dello spazio politico, e reclamano sempre più la presenza commerciale a compensazione del terrificante vuoto dell'ambito comune.
Più sono spaventato all'idea di uscire dalla mia comunità isolata, più sento il bisogno di ritrovare, a ogni sosta, la pseudo-familiarità delle sigle, delle consumazioni o cibi universali (una coca, un hamburger firmato). Più gli americani sono"settificati", tanto più rivendicano i conformismi che i circuiti tecnocratici gli impongono. Quanto più l'America si disperde in differenze raffinate, in odii criminali o tribunizi rinascenti all'infinito, tanto più essa si proietta idealmente sotto simboli di marca ben noti, attraverso media semplificatori e al seguito di un piccolo numero di divi. Le identità chiuse e l'accoglienza anonima delle multinazionali si richiamano a vicenda. Portato all'estremo, questo dualismo, esteso alla scena mondiale, induce un'improbabile affinità tra la Jihad e McDonald's (10). Si annuncia, inevitabile, la confusione tra commercio e sicurezza, contropartita alla diserzione dal luogo pubblico, e non può destare sorpresa che i 33 ristoranti McDonald's di Washington DC divengano altrettante postazioni di polizia urbana.
Evidentemente, a sinistra come a destra si condivide ancora l'idea che"la cosiddetta società non esiste; esistono gli uomini e le donne in quanto individui, ed esistono le famiglie (11)". Una certezza che assimila qualsiasi progetto sociale a un rischio di tirannide, e induce a ricusare qualsiasi programma globale, foss'anche quello di ... riportare l'America a un agglomerato prepolitico di comunità separate! Molti americani persistono nel pensare che lo stato sia soltanto un gruppo culturale come tanti altri (12), e non una collettività di natura diversa, una condizione logica del passaggio dai gruppi allo scambio universale tra individui. E' dunque difficile per il partito democratico affermare l'idea di uno spazio pubblico positivo (e di tutto ciò che esso comporta in termini di volontarismo sociale, antirazzista, laico o ecologico), se vuole vincere in un contesto di ideali comunitari e individuali autoalimentati. Ed è stato soltanto in chiave negativa, spezzando la coalizione ultra-conservatrice, che si era formata ai vertici del partito repubblicano, intorno a Newton Gingrich, a Robert Dole e a eminenze grigie superpotenti quali il predicatore Pat Robertson, che Clinton ha potuto mettere a segno, alla fine del 1996, il colpo da maestro di un secondo mandato.
Condiscendenza all'odio Per di pi, Clinton ha beneficiato della coincidenza di due aspetti: dal rabbioso risentimento nutrito dai divi repubblicani si è diffusa ovunque una tale condiscendenza all'odio da ispirare il passaggio all'azione criminale: come il terrificante massacro provocato dalla bomba fatta esplodere a Oklahoma City, nell'edificio dell'amministrazione federale, dall'ex militare Timothy McVeigh, oppure (versione più soft e più intellettuale) i ricatti con lettere al tritolo del più celebre anarchico"anti- industrialista" del decennio, Unabomber.
Agli occhi non più sigillati dell'elettorato, la destra religiosa e anti-statalista si è così rivelata capace di condensare pericolosamente lo scontento pubblico. Si è dimostrata in grado di scatenare a distanza, magari per inavvertenza, i crimini di irresponsabili Rambo, le cospirazioni deliranti di agricoltori fondamentalisti o l'improvvisa apparizione di croci ardenti nel giardino di qualche pastore nero. Il timore di una criminalità reazionaria ha così favorito lo schieramento che sembrava opporle una barriera.
Ma chi ha prevalso, in realtà? Non l'opzione moderna orientata verso l'integrazione etnica, la promozione di uno stato laico o la difesa del livello di vita di una forza lavoro ridotta alla precarietà. E' stata piuttosto la vittoria di un gioco alla superficie degli antagonismi a diffrazione infinita, un gioco rimasto poi impigliato dal Crime Bill del 1994 all'Antigang and Youth Violence Act del 1997 nelle torbide tentazioni del pattugliamento di polizia.
Tutto questo, col rischio di ignorare il crescendo di altre forme collettive di rifiuto, come l'esasperazione per l'arroganza dei datori di lavoro. Da questo punto di vista, l'espressione della solidarietà di una maggioranza di americani con lo sciopero dei precari dell'United Parcel Service e la sua probabile ripercussione sul calo a Wall Street, anche se pochi commentatori hanno osservato la coincidenza tra i due eventi svela l'esasperazione condivisa nei confronti di un capitalismo che percorre da solo e senza freni con le milizie e le polizie lo spazio pubblico disertato dal civismo.
note:
* Sociologo, direttore della ricerca presso il Centre national de la Recherche Scientifique (Cnrs) , autore, in particolare, di Nature et démocratie des passions, PUF, Parigi, 1996.
(1) Michael Lind, The Next American Nation: the New Nationalism and the Fourth American Revolution, Free Press Paperbacks, Simon and Schuster, New York, 1996.
(2) Norme che impongono ai datori di lavoro quote di assunzioni e promozioni di donne e persone appartenenti a minoranze etniche, per posti di lavoro tradizionalmente riservati a bianchi di sesso maschile. Questi progetti, furiosamente contestati dalla destra repubblicana (e in corso di smantellamento in California) sono stati sostenuti dalla sinistra perché considerati un elemento indispensabile di qualsiasi progetto di integrazione.
(3) Christopher Lasch, La ribellione delle élite. Il tradimento della democrazia, Feltrinelli, 1995.
(4) Sulla caccia ad Andrew Cunanan e la sua morte, leggere Daniel Schneidermann,"L'origine du monde", supplemento"Télévision" di Le Monde, 17-18 agosto 1997.
(5) Questa legge è stata proposta da Nancy Pelosi, rappresentante democratica della California, in risposta a varie associazioni, tra cui la potente organizzazione ebraica Anti Defamation League of B'nai Brith e la National Gay and Lesbian Task Force, e sulla base di un rapporto di Peter Finn e di Taylor McNeil:"The Response of the Criminal Justice System to Bias Crime: An Exploratory Review", US Department of Justice (DOJ), 7 ottobre 1987.
(6)"La Haine", testimonianze raccolte da François Ewald, Magazine Littéraire, Parigi, luglio-agosto 1994, n&oord 323, p. 20.
(7) Sylvie Kaufmann,"Une bavure relance le débat sur les méthodes de la police new-yorkaise", Le Monde , 19 agosto 1997.
(8) Testimonianza ascoltata da alcuni studenti universari"di sinistra" abitanti in un quartiere periferico di Los Angeles.
(9) Termine più corretto di"tribù", nozione vaga, oggi di moda.
(10) Benjamin R. Barber, Jihad versus McWorld, Times Book, New York, 1995.
(11) Colloquio con Margaret Thatcher, Women's Own, Londra, 31 ottobre 1987.
(12) La confusione tra gruppo e società è posta così nettamente in evidenza da Thobie Nathan in"Pas de psychiatrie hors les cultures", Libération, 30 luglio 1997.
(13) Sondaggio Cnn/Usa Today, del 15 agosto 1997, secondo il quale il 55% degli americani sostiene il movimento.
(Traduzione di P.M.)


Mardi 18 Octobre 2011 - 23:03
Mardi 18 Octobre 2011 - 23:07
Denis Duclos
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